Festa del papà e San Giuseppe

Le ricette per San Giuseppe sono quelle di piatti semplici provenienti dalla tradizione contadina e tutte legate al rituale delle Tavole di San Giuseppe, ancora diffuso nel Sud d'Italia. Sono tanti i piatti tipici di questa ricorrenza e oltre ai dolci, non mancano i primi piatti e quelli soprattutto a base di verdure.

Le ricette per San Giuseppe sono quelle di piatti semplici provenienti dalla tradizione contadina e tutte legate al rituale delle Tavole di San Giuseppe, ancora diffuso nel Sud d’Italia. Sono tanti i piatti tipici di questa ricorrenza e oltre ai dolci, non mancano i primi piatti e quelli soprattutto a base di verdure.

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Immagine di testa: Tavola di San Giuseppe a Cocumola (L’utente che ha caricato in origine il file è stato Colar di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons., CC BY-SA 3.0)

I banchetti di San Giuseppe si svolgono in diverse parti della Sicilia, ma sono diffuse anche in Calabria, così come nel Salento e nel resto della Puglia. La tradizione vuole che le famiglie che intendono esprimere la loro devozione al santo, allestiscono in casa una tavolata per le persone meno abbienti.

Una tavolata di San Giuseppe a Valguarnera Caropepe – Di Melo81 di Wikipedia in italiano, CC BY-SA 3.0

Le Tavole di San Giuseppe non sono l’unico riferimento al cibo della festa del Santo, da segnalare la bella tradizione degli altari di Salemi addobbati con bellissime forme di pane di grande valore artistico.

Festa di San Giuseppe nei ricordi da bambino.

Quando ero bambino il 19 marzo era un giorno festivo segnato in rosso nel calendario (la legge del 5 marzo 1977 n. 54 abolì poi questa festività). La Nonna Graziella organizzava a casa una festa pari a quella del Natale, i “Giuseppi” eravamo tanti, il nonno, papà, la zia e io stesso che lo porto di secondo nome, ed erano tanti i piatti tradizionali che accompagnavano quel giorno di festa particolare a cominciare dall’immancabile pane benedetto.

Di quel giorno ricordo in particolare, oltre i tantissimi manicaretti che nonna preparava, la festa che si svolgeva nel quartiere con la mensa dei poveri. Una lunghissima tavolata al centro della piazza alla quale erano invitati “gli ultimi”, i più poveri.

Mi ricordo di una tovaglia bianca che il vento faceva svolazzare, di facce sporche, di barbe e capelli poco curati, di tegami colmi di favi a cunigghiu, del parroco che veniva a benedire il pane della mensa, di quantità industriali di pasta con le sarde e delle buonissime sfinci offerte dal bar all’angolo della piazza.

Ricordo anche le vampe (i falò) della sera prima, organizzate fra gli incroci e i cortili della borgata, del chiasso di noi bambini, delle mani rassicuranti di mio padre che mi teneva lontano dalle fiamme.

Il 19 marzo a Palermo era anche questo!

Vampa di san Giuseppe alla Kalsa, Palermo 2019 – Di Marta Mussolin – Opera propria, CC BY-SA 4.0

Falò di San Giuseppe, tra sacro e profano.

Nella religiosità più arcaica, il passaggio all’equinozio di primavera avviene attraverso le fiamme che avvolgono e distruggono tutto ciò che angoscia e affligge. Quella dei falò è un’usanza pagana che risale ai riti di purificazione agraria con i quali si celebrava l’arrivo della primavera e si propiziava la buona annata per la raccolta nei campi. Il 19 marzo, il giorno di San Giuseppe, coincide con la fine dell’inverno e così che la tradizione pagana si intreccia con quella cristiana. In quest’occasione una volta venivano bruciati nelle aie i residui dei raccolti in enormi cataste, sostituite nei festeggiamenti del Santo nelle piazze delle città con pire di mobili vecchi e scarti di legno.

Le Vampe che illuminavano le notti con un rito millenario, oggi sono vietate dai Sindaci delle città e quelle accese da qualche “devoto disubbidiente” vengono prontamente spente dai Vigili del Fuoco, ma l’usanza d’invitare i poveri al banchetto di San Giuseppe ancora sopravvive in molte città del Sud.
In Sicilia è soprattutto nei centri agricoli dell’hinterland isolano, che sopravvivono alcune importanti tradizioni legate ai festeggiamenti di San Giuseppe.

Dalla ricorrenza religiosa alla festa laica.

La festa del papà si celebra il 19 marzo proprio perché quel giorno pare ricorrere la morte di San Giuseppe, patrono dei falegnami e degli artigiani, ma anche protettore dei poveri e dei padri di famiglia.

Il culto di San Giuseppe.

Il culto di San Giuseppe si sviluppò fin dal V secolo in alcuni monasteri egiziani dove venne scritta la Storia apocrifa di Giuseppe il falegname.

Immagine di pubblico Dominio

La festa del 19 marzo appare per la prima volta nell’anno 800 in un martirologio gallicano in cui il Santo è chiamato Ioseph sponsus Mariae (“Giuseppe sposo di Maria”). Il suo culto si sviluppa nei secoli XIV e XV quando viene conosciuto anche come padre esemplare, grazie ai francescani divenuti i custodi della “casa di Giuseppe” e il cui capitolo generale di Assisi adotta la sua festa del 19 marzo nel 1399.

Nel 1871 la Chiesa proclamò San Giuseppe protettore dei padri di famiglia e la data del 19 marzo divenne così un appuntamento ufficiale per celebrare la paternità nei Paesi a tradizione cattolica.

In Giuseppe hanno i padri di famiglia il più sublime modello di paterna vigilanza e provvidenza; i coniugi un perfetto esemplare d’amore, concordia e fedeltà coniugale; i vergini un tipo e difensore insieme della integrità verginale. I nobili imparino da lui a conservare anche nella avversa fortuna la loro dignità e i ricchi intendano quali siano quei beni che è necessario desiderare. I proletari e gli operai e quanti in bassa fortuna debbono da lui apprender ciò che hanno da imitare

Papa Leone XIII

La festa del papà.

La ricorrenza laica della festa del papà ha origini più recenti. Il primo Father’s Day venne promosso in America nel 1910. Nella cittadina di Spokane, la signora Sonora Smart Dodd organizzò quella festa in onore del proprio padre Henry Jacskon, ex-combattente della Guerra di Secessione, non il 19 marzo, ma il 19 giugno, giorno del compleanno di suo padre.

Foto di Tim Mossholder su Unsplash

Nel 1966, il Presidente Lyndon B. Jhonson ufficializzò l’evento come festa nazionale. La festa laica ebbe particolare successo diffondendosi in altre nazioni del mondo. In Italia la festa laica si aggiunse alla celebrazione religiosa del 19 marzo di San Giuseppe.

La frittella, il dolce emblematico della festa.

Come ogni ricorrenza che si rispetti, anche la festa di San Giuseppe è legata alla preparazione di pietanze dolci tipiche. Si tratta generalmente di frittelle che si trovano nella cucina italiana in tante varianti regionali, quasi sempre ripieni di una crema.

Foto di Andreina Nacca da Pixabay

Le frittelle più note di questa festa sono certamente le Zeppole di San Giuseppe e le Sfincie di San Giuseppe. Le prime appartengono alla tradizione napoletana e sono farcite con crema e marmellata di amarene, le seconde, ripiene con crema di ricotta di pecora e scorze d’arancia fanno parte della rinomata pasticceria palermitana.

A Roma queste “frittelle” sono chiamate Bignè di San Giuseppe, mentre in Toscana e in Umbria si preparano delle frittelle di riso cotto nel latte e aromatizzato con spezie e liquore. A Genova, invece le frittelle di san Giuseppe sono fatte con amaretti, ricotta e pangrattato.

Versioni dolci di pasta ripiena, sono le frittelle che si preparano nelle cucine regionali del Nord. In Emilia-Romagna, ad esempio, è tipica la raviola, un piccolo involucro di pasta frolla richiuso sopra una cucchiaiata di marmellata, o di crema. Nel comune di Riccia, in Molise, è tipico il cavezone o calzone di San Giuseppe, un dolce composto da una pasta sfoglia ripiena da una farcia a base di ceci, miele e vaniglia. Nella Lombardia e in altre regioni del Nord Italia sono tradizionali i tortelli di San Giuseppe.

Perché il giorno di San Giuseppe si mangiano le frittelle?

L’uso di mangiare le frittelle durante la festa di San Giuseppe pare derivare da un’usanza degli antichi romani che le consumavano per celebrare il 17 marzo le Liberalia, dei festeggiamenti in onore delle divinità del vino e del grano.

Una leggenda, fa risalire questi dolci tradizionali alla fuga di Giuseppe, Maria e Gesù in Egitto. Secondo la tradizione San Giuseppe per riuscire a mantenere la sua famiglia in terra straniera si mise a vendere frittelle. Affiancando al suo lavoro di falegname, quello di friggitore ambulante.

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